
Diretta dalla Scala, storia della Prima in TV
7 dicembre 2021. A testimonianza dell’entusiasmo mondiale nei confronti della serata inaugurale che ogni anno ha come protagonisti il palcoscenico del Teatro alla Scala e la città di Milano, la diretta televisiva di Macbeth, opera diretta da Riccardo Chailly con la regia di David Livermore, contava circa due milioni di spettatori, oltre ai duemila seduti in sala. Il rito collettivo, che ha permesso che la messa in onda dell’evento registrasse un punteggio del 10,5% di share, ha tuttavia radici ben più lontane rispetto alla nascita degli streaming digitali quali mezzi privilegiati di condivisione.
Il percorso storico intrapreso dal servizio pubblico nella direzione di un coinvolgimento capillare degli spettatori ha infatti inizio quasi un secolo fa, quando erano ancora remote la fiducia nella forza penetrativa delle tecnologie innovative e la loro accessibilità pressoché universale.Il 1928 è l’anno in cui il direttore d’orchestra della Scala Arturo Toscanini, cedendo ad un’ingiunzione da parte del regime, accettò che la Tosca di Puccini fosse trasmessa per la prima volta in diretta radiofonica. Vent’anni prima di decidere di riservare le proprie esecuzioni in esclusiva all’emittente radiofonica statunitense NBC, il Maestro non aveva fatto mistero di un certo livello di scetticismo nei confronti di tale tecnologia.
Il timore, che fu poi al centro della successiva discussione sui mezzi televisivi, riguardava l’impossibilità di prevedere in quale misura la divulgazione massificata avesse potuto danneggiare la sacralità della rappresentazione lirica. La fedeltà delle riproduzioni musicali era minacciata dallo stato di avanzamento tecnico degli strumenti, ai tempi insufficiente a garantire precisione e purezza dei suoni. Se a nutrire i rifiuti di Toscanini nei confronti della radio era lo spettro dell’impossibilità di raggiungere un’adeguata qualità sonora, poco dopo, nell’anno di nascita dell’emittente nazionale RAI, la televisione incontrò le resistenze di un altro grande maestro. Nel 1954 fu Luchino Visconti ad opporsi con tutte le sue forze all’avanzata della macchina televisiva in teatro, riuscendo nel tentativo di convincere Maria Callas a rifiutare la proposta della Rai di interpretare La Traviata.
Nonostante regnasse una diffidenza diffusa circa l’adeguatezza degli strumenti radiotelevisivi a trasferire i valori artistici ed estetici che costituiscono il patrimonio stesso dell’opera, le spinte dell’innovazione tecnologica trionfarono. Il 23 aprile 1954 il Barbiere di Siviglia con la regia di Franco Enriquez fu la prima opera registrata in studio e trasmessa in televisione. Ad essa seguì una continua ricerca e sperimentazione nel tentativo di colmare, almeno parzialmente, la dibattuta distanza tra l’aurea sacrale del teatro e il prodotto televisivo, tanto democratico quanto imperfetto. Le opere venivano registrate all’interno di set cinematografici e, anche se trasmesse in diretta, le riprese video si svolgevano sempre in un momento diverso dalle riprese audio.
La svolta epocale giunge solo alla fine degli anni Settanta. Il 7 dicembre 1976, Otello di Giuseppe Verdi, interpretato da Placido Domingo e Mirella Freni e diretto da Carlos Kleiber con la regia di Franco Zeffirelli, viene trasmesso per la prima volta in diretta televisiva dal Teatro alla Scala sul primo canale dell’emittente pubblica RAI. Figura di rilievo all’interno dell’operazione è Paolo Grassi, allora Sovrintendente del Teatro alla Scala e prossimo a rivestire il ruolo di Presidente RAI dal 1977 al 1980. Testimonia la portata rivoluzionaria dell’evento un’intervista successiva all’inaugurazione della stagione lirica (e raccolta da Felice Cappa nel documentario di Rai Cultura dal titolo “Scala – Rai: il futuro della tradizione”), in cui lo stesso Grassi si riferisce alla diretta come ad un congiungersi tra il fatto artistico ed un avvenimento sociale straordinario.
Se è vero, infatti, che le porte del Teatro alla Scala si erano già aperte alle nuove tecnologie del mezzo televisivo, è altrettanto vero che solo nel 1976 si assisterà a un cambiamento radicale nei paradigmi di fruizione dell’evento più prestigioso nel panorama lirico e sociale italiano, di cui ormai tutti, dalla Sicilia alla Val d’Aosta (cfr. Grassi nell’intervista del documentario di Cappa) potevano sentirsi parte contemporaneamente.Da quel momento ha inizio una compenetrazione tra televisione e Prima del Teatro alla Scala che non segue un andamento lineare, ma subisce nel corso degli anni deviazioni e battute d’arresto. Il rito della messa in onda sincrona della Prima mantiene l’assetto originario fino al 1984: la Carmen di Bizet diretta da Claudio Abbado è l’ultima ad essere trasmessa in diretta e sulla prima rete prima che avvenga di nuovo solo con Madama Butterfly nel 2016.
Alla vigilia della Prima della stagione 2022-23, che vede Riccardo Chailly alla direzione musicale e Kasper Holten alla regia di Boris Godunov, una riflessione sulla rinnovata necessità di condivisione, che attraversa la nostra stagione storica, non può prescindere dal racconto dell’evoluzione dei mezzi comunicativi e della continua tensione tra linguaggi espressivi all’interno dei binari dell’apertura culturale e dell’inclusione sociale.
