
Alumni stories: Valentina Praticò
VALENTINA PRATICÒ, insegnante dei Corsi di propedeutica alla danza.
Oggi vi raccontiamo la storia di Valentina Praticò, ex allieva dei Corsi di propedeutica alla danza e del Diploma triennale per insegnanti di danza e oggi nostra insegnante. Una grande passione per la danza classica e il suo metodo d’apprendimento motivano ogni giorno questa giovane ventitreenne, nata a Reggio Calabria, che ormai vive a Milano dall’età di 3 anni. Scopriamo insieme la sua storia.
Com’è nata la tua passione per la danza classica?
Sono figlia di genitori separati. Quando ci trasferimmo da Reggio Calabria a Milano, io avevo solo 3 anni e andai a vivere con mia mamma. Vedevo poi mio papà nei giorni concordati. Lo racconto perché fu proprio questo il motivo per il quale cambiai la mia scelta dalla ginnastica artistica alla danza classica: i giorni di lezione della prima, infatti, coincidevano con quelli in cui ero affidata a mio papà e così per puro caso decisi di “ripiegare” su delle lezioni di propedeutica alla danza. La mia prima scuola si trovava vicino a casa, nella zona di San Donato Milanese (MI). Dopo un paio d’anni, mentre frequentavo la quarta elementare, la mia insegnante di danza chiese di poter parlare con mia mamma e ci propose di provare l’audizione dell’Accademia Teatro alla Scala. E così feci. Mi presentai alle selezioni e fortunatamente entrai. Ovviamente il contesto che trovai era completamente differente rispetto alla mia vecchia scuola, anche solo per il numero di allievi per classe o le ore di lezione previste, ma non mi spaventai particolarmente, ero molto entusiasta di questa nuova esperienza. Inoltre, i miei genitori mi hanno sempre supportato e sostenuto in questa scelta, seppur con enormi sacrifici sia economici sia organizzativi.
Hai praticato altri sport parallelamente alla danza?
In realtà, col passare degli anni questo mondo mi ha assorbito completamente e non ho mai sentito l’esigenza di praticare altri sport. Mia madre mi assecondò molto in questa mia passione, portandomi sia a lezione sia in teatro per poter assistere agli spettacoli di balletto. Vedevo tutte le mie compagne di classe che provavano diversi sport, io invece ero completamente appagata da quello che facevo.
Come è andata la tua prima esperienza in Accademia? Raccontaci qualche bel momento vissuto in quel periodo.
Volevo diventare una di quelle ballerine che vedevo danzare in palcoscenico e l’Accademia Teatro alla Scala mi sembrava il giusto tassello da aggiungere al mio percorso, orientato inizialmente alla carriera professionale. Avevo più ore di lezione rispetto alla mia scuola precedente. La disciplina appresa in quel periodo mi accompagna ancora oggi. Ho tantissimi bei ricordi di quegli anni. In Accademia ho conosciuto le mie più care amiche. Conservo gelosamente il vecchio body bianco da ragazzina, che mi riporta la mente a quando mi preparavo per iniziare la lezione: mia mamma mi accompagnava in metro fino alla scuola e una volta arrivata provavo a pettinarmi con lo chignon da ballerina, ma non ero capace e c’era sempre qualche assistente o maestra pronta ad aiutarmi. Entravamo in sala tutte vestite e pettinate uguali e io mi sentivo bene, parte di un bel gruppo e felice di poter danzare sulle note suonate dal pianista sempre presente in aula. Un altro momento magico fu quando venimmo coinvolte nello spettacolo La storia della bambola abbandonata, andato in scena al Piccolo Teatro di Milano nel 2006, un testo - per bambini e per adulti - che Giorgio Strehler scrisse ispirandosi ad Alfonso Sastre e a Bertolt Brecht. Era la prima volta che mi esibivo sul palcoscenico di un teatro.
Quali sono a tuo parere le caratteristiche essenziali di un buon insegnate di danza classica?
Quando entrai in Accademia venni affidata all’insegnamento delle signore Eliane Arditi e Nadia Garuti. La loro capacità di mantenere l’attenzione di tutti gli allievi con giusta fermezza, ma con grande dolcezza, è stata per me fonte di vera ispirazione quando ho deciso di intraprendere anch’io una carriera da insegnante. Nei corsi di propedeutica, i bambini hanno dai 6 ai 10 anni e hanno quindi ancora bisogno di empatia e di una figura guida che riesca ad appassionarli e motivarli per portare a termine questo percorso con costanza. Non è semplice insegnare la danza classica: è una disciplina molto rigida per certi aspetti, che richiede studio, determinazione e attenzione e per dei bambini ancora piccoli è una richiesta non sempre semplice. È quindi fondamentale creare un rapporto di fiducia con loro e l’insegnate deve cercare di far capire all’allievo che è lì per supportarlo in tutto. Ecco perché ho riportato l’esempio della mia insegnate che mi aiutava a sistemare l’acconciatura: quel gesto mi permise di capire che era lì per aiutarmi a seguire al meglio la lezione.
Com’è proseguito il tuo percorso?
Ho provato ad accedere alla Scuola di Ballo dell’Accademia, ma non sono riuscita a passare le selezioni, quindi mi iscrissi presso una Scuola di alta formazione professionale per danzatori di Milano, dove ho studiato fino all’8° corso. Un percorso lunghissimo, che ha attraversato diverse fasi della mia vita: accedi all’età di 10 anni ed esci che sei una diciottenne e in questo lasso di tempo il corpo di una ragazza cambia, ti vedi diversa e ovviamente la maggior parte dei tuoi coetanei non conduce il tuo stesso stile di vita. Uscivo di casa alle otto del mattino e tornavo a casa non prima delle dieci di sera, perché frequentavo il liceo serale. Sono stati comunque anni sereni, non ho mai perso la passione per la danza. Mi ritengo fortunata.
Un infortunio ha un po’ cambiato i tuoi piani iniziarli. Come hai affrontato questo momento?
Una volta diplomata, mi sono dovuta fermare perché ho avuto dei problemi ai legamenti della caviglia. Non me la sono sentita, quindi, di tentare qualche audizione per entrare in compagnia. Ero un po’ spaesata onestamente, non sapevo che fare. Così mi presi del tempo per riflettere. Un giorno, venni a sapere che una scuola di danza della mia zona cercava un’insegnate di propedeutica e mi proposi. Accettarono la mia candidatura e iniziai. Lezione dopo lezione, il contatto con i bambini, e il ritrovarmi dall’altra parte come insegnate, mi fece capire che quella poteva essere la strada giusta e presi la decisione d’iscrivermi al Corso di diploma triennale per insegnanti di danza dell’Accademia Teatro alla Scala. Questo percorso fornisce tutti gli strumenti per essere in grado di trasmettere al bambino quanto gli occorre – a livello teorico, fisiologico e pratico – per svolgere un movimento nel modo corretto e per capire dove sbaglia. Qui ho studiato con la signora Amelia Colombini e con la signora Loreta Alexandrescu, due figure di riferimento ancora oggi, per me.
Oggi ti ritroviamo sempre in Accademia come insegnate dei corsi di propedeutica, come sta andando questa nuova esperienza?
Ho iniziato con qualche affiancamento e supplenza e oggi sono diventata ufficialmente un’insegnate di propedeutica alla danza dell’Accademia. Sono veramente felice, mi alzo al mattino e so che andrò a fare ciò che amo di più: insegnare. Sono abbastanza severa, le bambine me lo dicono sempre, ma sanno che lo faccio perché ci tengo che svolgano al meglio la lezione e possano apprendere un metodo e una disciplina che servirà loro per sempre. In classe cerco di creare comunque un clima sereno, avendo a che fare con dei bambini: è importante che non vivano con angoscia questo appuntamento settimanale. Ovviamente, in una classe ci sono differenti personalità ed è compito di un’insegnate creare il gruppo, valorizzando il singolo potenziale senza creare ostilità negative.
Perché secondo te i bambini dovrebbero praticare la propedeutica alla danza? Cosa differenzia questa disciplina dagli altri sport?
La propedeutica alla danza classica è in grado di sviluppare armoniosamente tutta la muscolatura dell’allievo, sia nella parte superiore sia in quella inferiore. Inoltre migliora la postura, l’elasticità, l’agilità e la coordinazione. E c’è un altro aspetto di cui non si parla spesso: penso che questo tipo di disciplina insegni ai bambini a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, che scaturiscono dall’ascolto di una nota e si tramutano in movimento del proprio corpo.
