Alumni stories: Eleonora Rossi

Pubblicato il March 22, 2022

Lo spazio dedicato ai ritratti degli ex allievi è oggi riservato a Eleonora Rossi, milanese classe ’86 ed ex allieva del biennio di specializzazione in scenografia teatrale.

Le abbiamo chiesto di ripercorrere la sua storia, dal primo approccio con il mondo delle arti applicate fino agli impegni attuali passando per i suoi hobby e, naturalmente, i due anni da scaligera.

 

“Fin da bambina ho dimostrato una naturale predisposizione per l’illustrazione e le attività manuali: mi piaceva disegnare e realizzare modellini per i miei pupazzi e le mie bambole, con cui poi riempivo scatole di scarpe.

Avrei voluto frequentare il liceo artistico, infatti, e le sessioni di orientamento a cui avevo partecipato in terza media dimostravano proprio come ne fossi portata.

A questa scelta si opposero però i miei nonni, soprattutto il nonno, un classicista. Temeva che l’artistico non mi avrebbe fornito una solida preparazione culturale e mi propose un patto: frequentare, in cinque anni e con buoni voti, il liceo scientifico oppure il classico, posticipando alla maturità la scelta più libera del mio percorso.

Scelsi dunque il Liceo scientifico di Monza, perché l’unico che avesse un laboratorio teatrale dove speravo di poter mettere a frutto la mia manualità.

Rispettai il patto: liceo concluso con successo in cinque anni, durante i quali mi adoperai sistematicamente alle scene a i costumi per il laboratorio teatrale.

 

Terminato il liceo, quindi, scelsi io: l’Accademia di Brera, dove mi sono iscritta al percorso di scenografia, diplomandomi poi con Gastone Mariani.

Fu un impatto un po’ traumatico, all’inizio. Il mio approccio scientifico non si sposava molto con l’estro artistico e l’organizzazione generale di Brera, e in più avevo diverse lacune tecniche. La maggior parte degli allievi proveniva infatti da scuole artistiche e soprattutto il primo anno ho dovuto faticare parecchio per mettermi in pari.  Mi è venuta in aiuto una mia compagna, Maria Guarneri, che poi ho ritrovato all’Accademia Teatro alla Scala. Affiancandola, ho imparato molto.

L’appoggio della mia famiglia, comunque, non è mai mancato. Lo stesso nonno che aveva bocciato il liceo artistico era un vero appassionato di opera lirica e mi ha introdotto nel mondo delle arti dello spettacolo. Io stessa ho studiato musica, come del resto mia sorella, e abbiamo sempre frequentato il teatro come spettatrici. L’oggetto della tesi di laurea di mia mamma fu Beckett, quindi capite che una certa artisticità si respirava comunque e non erano ostili alla carriera nel settore.

 

 

Da laureanda ho poi tentato le selezioni di ammissione al biennio di specializzazione in scenografia dell’Accademia Teatro alla Scala – per scenografi realizzatori, specificava allora il titolo.

Praticamente tutto un altro mondo rispetto all’Accademia di Brera! La prima è per lo più attenta alla teoria, anche se già nei miei anni si cercava di inserire i diplomati nel mondo del lavoro. In Scala, invece, si lavora sul campo, a produzioni vere che vanno effettivamente in scena su un palcoscenico importante e raffinato.

Ogni singolo minuto di lezione del corso scaligero costituiva una scoperta, mi apriva gli occhi. Difficile dire cosa preferissi; ho amato sicuramente il modulo di Storia del costume con Maria Chiara Donato, docente per la quale nutro profonda stima. E le lezioni di AutoCad sono state una vera manna, utilissime ed essenziali! Il biennio poi, all’epoca, era gratuito, cosa che lo rendeva davvero un percorso speciale.

Sentivamo di essere stati selezionati con cura e di avere una grande opportunità di crescita personale e professionale.

 

Parte integrante del percorso di studi è stata l’esperienza di stage, che io ho svolto al Teatro dell’Opera di Madrid durante i mesi estivi. Avevo inizialmente immaginato di volare in Inghilterra alla Royal Shakespeare Company, ma questa istituzione non era convenzionata con l’Accademia e lo staff scaligero mi propose Madrid. Ci sono andata sempre con Maria Guarneri, la mia “vecchia” compagna di studi. E mi sono trovata davvero molto bene, sia in senso generale con la gente madrilena sia nello specifico in teatro, che a livello tecnico è una struttura pazzesca ed è molto frequentato.

Noi eravamo assegnate al laboratorio di utilería, cioè l’elaborazione attrezzeria, uno dei piccoli laboratori sotterranei a cui si appoggia il teatro spagnolo. Manca, infatti, di laboratori esterni e spaziosi – come quelli della Scala. Funzionava comunque tutto molto bene.

 

 

Terminato il percorso scaligero, ho lavorato per numerosi laboratori, cantieri e parchi tematici come scultrice e pittrice, per poi tornare al teatro di prosa. Ho dapprima affiancato una compagnia con la quale ho seguito parecchie produzioni e ho aperto il primo laboratorio di realizzazione e progettazione. La naturale evoluzione delle cose ci ha poi portati a scegliere spazi differenti e mi sono quindi spostata nel laboratorio di Giulia Giovanelli, un’altra ex allieva dell’Accademia Teatro alla Scala, una sarta.

Ora sono indipendente e in questa fase della mia vita ho scelto di dedicarmi di più alla progettazione.

Ho lavorato, in questi anni, anche all’estero.

Sono stata in particolare in Svizzera, a Lugano, e poi a Mosca, al Teatro d’arte fondato da Stanislavskij con Giorgio Sangati, per La casa nova di Goldoni.

 

Al momento ho diverse cose per le mani: mi sto occupando di un modellino di scenografia per uno spettacolo di prosa di Serena Sinigallia per il Campania Teatro Festival di Napoli e delle scene per la riduzione di un’opera lirica che andrà al Wexford Festival, in Irlanda, il prossimo ottobre.

E poi sto seguendo Petra Reinhardt per un Don Carlos, che andrà in scena sempre a Napoli, e come costumista collaboro con lo Stabile di Brescia per una messa in scena della Didone Adonais Domine di Emilio Isgrò nell’ambito di una retrospettiva dedicata all’artista siciliano.

 

Il mio lavoro consiste nel prevenire e imboccare l’immaginazione del pubblico e, in questo senso, mi sento irresistibilmente legata al teatro di parola e quindi alla prosa. Trovo totalizzante anche l’opera lirica, ma noto le differenze fra i due generi quando devo “lavorarli” e non semplicemente fruirli. Nell’opera c’è già così tanto – fra libretto, metrica, musica, regia. La prosa mi lascia più spazio.

Se non facessi questo mestiere, comunque, graviterei sempre attorno a qualche ambito artistico.

Mi piace disegnare molto le illustrazioni, come quando ero bambina, e a dirla tutta questo è il mio piano B che un giorno, sicuramente, attuerò.

Poi, come accennavo anche prima, sarei una musicista; ho un banjo e una chitarra, ma non riesco mai a trovare il tempo per riprendere. Sto anche cercando di imparare il tedesco, ma questa è un’altra storia…