
Alumni stories: Elisa Scala
Fiorentina verace, spirito curioso a tratti volubile, simpatia contagiosa: in compagnia di Tea, la sua cagnolina, scopriamo qualcosa di più sulla vita di Elisa Scala, ex allieva del Corso per insegnanti di danza e oggi docente della Scuola di Ballo dell’Accademia.
Elisa, nasci in una famiglia di artisti o sei la prima ad aver intrapreso un percorso professionale di questo tipo?
Mio papà ha studiato pianoforte e suo cugino è un clarinettista dell’Orchestra da camera fiorentina, ma per quanto riguarda la danza sono assolutamente la prima.
C’è da dire che comunque sono stata educata all’ascolto della musica classica, ho frequentato il teatro sin da piccola e partecipato a numerosi concerti, come spettatrice.
La musica è estremamente importante per me; pensa che, da adulta, ho anche provato a studiare violoncello…
E com’è andata?
Non è andata, ma io avevo questo desiderio di riuscire a suonare le Suites di Bach che mi sono buttata a capofitto nell’impresa.
Ad un certo punto mi sono dovuta arrendere all’evidenza. Mi sono resa conto di quanto rigore serva nello studio della musica; anche nella danza, naturalmente, c’è molto rigore – elemento imprescindibile. Ma nella musica lo si avverte ancora di più, perché si studia da soli, e la solitudine amplifica questa sensazione.
Quando hai virato l’interesse dalla musica alla danza?
Ho dimostrato attitudine per la danza fin da piccola; a quattro anni sono stata iscritta ad alcuni corsi di gioco danza e avviamento alla danza classica, proprio perché manifestavo questa passione. È qualcosa che si lega fortemente a quanto emerso prima: l’amore per la musica e l’abitudine all’ascolto. Il movimento ritmico mi ha sempre appassionata, è un po’ un mio pallino.
C’è stato qualcosa, un momento preciso in cui hai realizzato che sarebbe diventata la tua professione?
Le cose sono venute un po’ da sé, in modo naturale.
Ho studiato a Firenze, in una scuola di danza che era affiliata all’Academie de danse “Princesse Grace” di Monte Carlo; la fondatrice, Marika Besobrasova, si presentava nelle scuole affiliate una, due volte al mese per dare lezioni e verificare i nostri progressi e mi notò. Propose alla mia insegnante di mandarmi a Monte Carlo, però avevo solo dieci, forse undici anni e i miei genitori hanno ritenuto che non fosse opportuno, quindi sono rimasta a Firenze e nel frattempo ho maturato le idee, arrivando verso i quindici anni a capire che la danza sarebbe stata la mia strada.
Sono del segno dei gemelli e sono sempre in movimento, sono curiosa mentalmente; la danza è stata l’unica cosa che ha canalizzato le mie energie, anche nei momenti difficili – lei e lei sola, tutto il resto mutava sempre velocemente.
Credi nell’astrologia?
Mi affascina il lato meno scientifico, quello che sfugge al controllo umano e alle regole. Mi incuriosisce molto e per un po’ ho letto diverse cose a riguardo.
I tuoi genitori non capivano la tua passione o erano solo preoccupati perché ti saresti trovata da sola in un mondo estraneo?
Sicuramente c’era un po’ di preoccupazione in generale, essendo loro completamente estranei al mondo del balletto; in più temevano che andando a studiare all’estero la mia formazione scolastica ne avrebbe risentito.
In generale è sempre stato questo il leit-motiv della mia famiglia, anche più avanti quando sono stata presa alla Joffrey Ballet School di New York: erano felici e orgogliosi, ma la conclusione del liceo doveva avere la precedenza su ogni altra cosa.
Non mi hanno mai ostacolata, ma al contempo non mi hanno nemmeno mai spinta più di tanto a proseguire con la danza. Se avessi scelto un’altra carriera, per loro sarebbe andata ugualmente bene.
Col senno di poi la ritengo una cosa positiva: non ho avuto pressioni, non dovevo soddisfare aspettative particolari, anche se all’epoca, quando ero una ragazzina, ammetto che più di una volta ho desiderato che fossero maggiormente coinvolti e che mi incitassero di più.
Hai accennato a momenti difficili, prima: ci vuoi raccontare?
Dopo l’esperienza alla Joffrey, quando sono rientrata in Italia per la maturità e iniziavo a pensare alle audizioni, mi hanno diagnosticato l’os trigono alla caviglia sinistra e questo ha aperto un periodo di sconforto.
Fortunatamente il mercato della danza, vent’anni fa, era più dinamico rispetto ad ora e offriva la possibilità di lavorare in produzioni teatrali e festival estivi. Questo ha fatto sì che potessi avere esperienze di palcoscenico mentre parallelamente portavo avanti altri interessi e attività. Ho perfino studiato Giurisprudenza a Firenze, mentre lavoravo a contratto – giusto per tornare alla dinamicità di prima!
C’è da dire che la tua famiglia non si annoiava mai, grazie al tuo dinamismo!
No, davvero, non potevano annoiarsi! Sono stati spettatori di ogni mia scelta senza mai intervenire, certi degli insegnamenti che mi avevano dato, anche se quando ho abbandonato l’università a tre esami dalla laurea e ho comunicato che mi sarei trasferita a Milano per seguire il Corso per insegnanti sono rimasti molto contrariati… Col tempo, però, si sono ricreduti!
Piccolo passo indietro: New York è stata un’opportunità o una scelta?
Una scelta. Mi sono presentata alle audizioni della Joffrey per coronare il desiderio di danzare da professionista.
Una scuola americana mi pareva particolarmente in linea con il mio essere e con la mia fisicità. Essere oltre oceano, poi, mi dava una grande sensazione di libertà – ero giovane!
L’esperienza si è interrotta per via della scoperta del os trigono; devo dire che non ho rimpianti, comunque. Ho realizzato da adulta che caratterialmente avrei fatto fatica a stare a lungo lontana dalla mia famiglia e dai miei affetti.
Ci vuole una determinazione, per staccarsi completamente dal proprio nucleo familiare, che probabilmente non possedevo. Ammiro moltissimo, infatti, gli allievi della Scuola di Ballo che si trovano a Milano da soli: dimostrano un’enorme forza di carattere.
E poi credo che se una cosa non va, inutile insistere. Probabilmente, la permanenza in America sarebbe stata di ostacolo alla mia vocazione per l’insegnamento, o per lo meno ne avrebbe ritardato la realizzazione, il percorso. Sono sicura che niente, nella vita, succeda casualmente.
Siamo quindi arrivati al 2002; esattamente vent’anni fa partecipi alle selezioni per il Corso per insegnanti di danza.
Un corso che all’epoca era cofinanziato da Regione Lombardia ed era a numero chiuso; la direzione era affidata ad Anna Maria Prina e la docente principale era – ieri come oggi – la signora Colombini.

Com’è stato l’impatto con questa nuova dimensione della danza?
Ti sembrerà strano, ma direi assolutamente naturale.
Penso che fosse il mio talento, sai quando si dice che uno ha un dono? Ho riconosciuto più l’insegnamento, come mio dono, che non l’essere una ballerina. Certamente tutte i momenti che ho vissuto come “performer” sono stati estremamente importanti per costruirmi quel bagaglio di esperienze coreutiche fondamentali per diventare una brava maestra, ma sento più nelle mie corde la dimensione dell’insegnamento.
Il corso è stato comunque fondamentale. Puoi avere istinto per qualsiasi cosa, ma se non viene incanalato nel modo corretto rimane energia pur, non finalizzata. Il corso mi ha dato misura e mi ha fornito i giusti mezzi per organizzare e finalizzare la didattica.
Si è trattato, se non sbaglio, del tuo primo approccio al mondo scaligero; hai quindi dovuto cambiare metodo?
Sì, è esatto. La fortuna di aver studiato negli anni con tanti maestri, provenienti da metodi diversi, mi ha resa poliedrica. Prima di arrivare al corso dell’Accademia avevo acquisito il Teaching certificate alla Royal Academy, ma non rispondeva al mio desiderio di approfondire la didattica come poi ho potuto fare in Scuola di Ballo.
Marika Besobrasova, comunque, utilizzava sempre il metodo Vaganova – anche se contaminato da elementi della scuola francese. Non ho avuto quindi grosse difficoltà a seguire il metodo della Scuola scaligera.
Piccola parentesi per i non addetti ai lavori: oltre al metodo Vaganova, quali altri sono codificati?
Oltre al Vaganova c’è quello della scuola inglese, per l’appunto, e quello della scuola americana, che si basa sulla tecnica di Balanchine. C’è poi la scuola francese, che è di tradizione orale trasmessa di generazione in generazione ed è poco codificata, e poi c’è la scuola cubana. Quello che le differenzia sono un po’ i riferimenti, per esempio nei nomi delle posizioni delle braccia e di alcuni passi – che restano comunque gli stessi all’atto pratico, non ci sono degli stravolgimenti: la danza è una!
Elisa, hai insegnato ai corsi di propedeutica, ora ai primi corsi professionali e ai futuri insegnanti – allievi del Corso di diploma accademico di primo livello nato proprio dalle ceneri del Corso per insegnanti di danza.
Ti senti più nel tuo elemento con i bambini o con gli adulti?
Terminato il Corso per insegnanti di danza sono rientrata a Firenze, dove ho aperto la mia scuola; negli anni precedenti avevo instaurato un bellissimo rapporto con Eliane Arditi, coordinatrice dei corsi di propedeutica dell’Accademia Teatro alla Scala, e lei veniva ogni anno a esaminare i miei allievi.
Un giorno mi propose di entrare nel Corpo docenti dei corsi dell’Accademia, così è iniziata la mia avventura come insegnante del Dipartimento Danza scaligero.
Mi piace moltissimo insegnare ai bambini; nello specifico, adoro la parte dell’impostazione che si ha nei primi tre corsi della Scuola di Ballo, trovo il mio approccio relazionale e didattico molto più efficace in questa fascia d’età. Ormai, dopo 12 anni di insegnamento, ho consolidato la mia metodologia!
Parallelamente ho sperimentato anche l’insegnamento agli adulti, prima con il corso per Pianisti accompagnatori e da qualche anno con gli allievi del Corso di diploma accademico di primo livello in danza classica a indirizzo tecnico didattico. Mi piace molto, lo trovo stimolante.
Nel corso della tua carriera, fra maestri, colleghi danzatori e coreografi, chi ti ha ispirato maggiormente?
Sicuramente la Besobrasova ha esercitato su di me un fascino magnetico e mi ha sempre ispirato, non solo per il suo essere insegnante e la sua modalità di trasmissione del sapere, ma anche proprio per la donna che era, per come si muoveva in sala e fuori, per il suo carisma. Ho ritrovato poi le stesse caratteristiche nella signora Colombini, che è l’anima del Corso per insegnanti ed è il mio mentore.
Ho poi tratto ispirazione anche da altri insegnanti della scuola francese, come Evelyne Desutter, Francesca Zumbo, Marc du Boys, maestri ormai in pensione dell’Opera di Parigi. Da ciascuno di loro ho tratto insegnamenti che custodisco e cerco di trasmettere ogni giorno ai miei allievi, provo a piantare “semi” che spero possano essere di riferimento anche quando non sarò più la loro insegnante.
E quali sono questi semi? Cosa vuoi trasmettere - ai tuoi allievi - oltre alla tecnica?
Trovo importante renderli consapevoli, far loro prendere coscienza del proprio corpo e dei movimenti. La danza non può essere solo nozione, bisogna avere molta percezione di sé. Mi piace stimolarli perché abbiano consapevolezza, ma senza che acquisiscano atteggiamenti manierati, cercando di evitare ogni rigidità che l’impostazione di questa disciplina potrebbe dare loro. Ogni allievo della Scuola di Ballo è unico e già un po’ speciale e mi piace che apprendano tirando fuori la loro unicità e personalità, rimanendo bambini e non soldatini. Nella danza – come in molte altre discipline - c’è un po’ questo rischio: “precocizzare”, senza dar loro il tempo per interiorizzare davvero il passo, il movimento, questo far sì che si muovano in modo impostato, poco spontaneo, senza dinamica.
Plasmare un bambino è una grande responsabilità e non possiamo dimenticare che quello che facciamo e che diciamo loro formerà anche la loro mente, non solo il loro fisico.
Bisogna fare molta attenzione e non snaturarli: gli insegnamenti che ricevono oggi contribuiranno a farli diventare gli adulti che saranno domani.
Ancora qualcosa di Elisa.
Qual è la tua coreografia preferita?
Ah, d’istinto dico senz’altro la Dama delle camelie di Neumeier; e poi Serenade di Balanchine e la Bella addormentata – protagoniste femminili fragili e forti allo stesso tempo.
Però spazio davvero da un genere all’altro.
Che hobby hai oltre alla danza?
La musica è rimasta una grande passione, mi piace davvero tutta.
Poi, da quando sono a Milano, ho intrapreso un percorso di volontariato con il gruppo Abio. Opero all’interno del reparto di patologia neonatale della Clinica Mangiagalli e spendo parte del mio tempo libero con i bambini nati prematuri.
È un’esperienza importante e sono fiera di averla abbracciata, perché mi ancora violentemente alla concretezza della vita. Diciamocelo, noi ballerini e artisti in generale viviamo di effimero, di bellezza, di applausi. Il nostro è una realtà dorata – non facile, assolutamente, ma sempre “bella”. Le ore passate in clinica riportano la bilancia in equilibrio fra il mondo quasi etereo del teatro e quello estremamente tangibile dei drammi della vita umana.
Dove ti vedi, nel prossimo futuro?
A dire il vero, non saprei. Al momento sto bene, mi sento in equilibrio e l’Accademia mi ha regalato una prospettiva estremamente stimolante.
L’unico pensiero che ho rispetto al futuro è davvero a lungo termine: il desiderio di vivere, dopo la pensione, in un posto di mare.
La mia vita, comunque, mi ha sempre portato a cambiare strada in maniera repentina, senza perdere tanto tempo a rifletterci su (cosa su cui sto lavorando…), quindi mai dire mai, io sono aperta a tutto!
