Alumni stories: Michele D'Elia

Published on October 12, 2021

Raggiungiamo telefonicamente Michele D’Elia, ex allievo del Corso di perfezionamento per Maestri collaboratori, da molti anni docente dell’Accademia e professionista affermato. Michele si trova a Bilbao, dove lo attende un concerto con Pretty Yende, ex allieva dell’Accademia di canto, oggi fra le star dell’opera lirica.

 

Michele D’Elia è nato in una famiglia di musicisti e ha sempre frequentato il mondo del teatro musicale. La prima domanda non può che riguardare questo rapporto così profondo con la musica, sin dall’età infantile.

Sono nato in una famiglia dove la musica è sempre stata di casa: mio padre era oboista. Alla mia nascita, aveva appena ottenuto la cattedra di oboe e corno inglese al Conservatorio di Lecce. È stato veramente un grande didatta. Ha creato una vera scuola oboistica. Molti dei suoi ex allievi oggi militano nelle più prestigiose orchestre del mondo. Insomma, ho avuto la fortuna di avere un grande esempio musicale in famiglia, nonché strumenti musicali in casa, come il pianoforte. Ho iniziato subito a studiare sia il pianoforte sia il violoncello e a soli 6 anni mi sono esibito in un piccolo saggio pubblico. Sempre grazie a mio padre, grande melomane, mi sono ben presto innamorato dell’opera lirica. Quando avevo quindici anni, mi invitò a guardare in tv L’elisir d’amore con Roberto Alagna e Angela Gheorghiu: fu amore a prima vista! Era l’estate del 1996, iniziai a studiarla e ad eseguirla al pianoforte. Nei momenti liberi, non facevo altro. Disperato, mio padre, che non poteva più sentirmi suonare solo quell’opera, mi portò per Natale in un negozio di dischi per sceglierne un’altra. Mi consigliò La sonnambula con la Callas diretta da Antonino Votto e incisa al Teatro alla Scala. Da lì è nata un’incredibile passione che mi ha portato ad avere grandi soddisfazioni professionali.

 

Poi sei venuto a studiare a Milano?

In realtà ho avuto un percorso anomalo. Oggi i giovani pianisti possono studiare come maestri collaboratori nelle Accademie o nei Conservatori. Vent’anni fa non era così. Io mi sono avvicinato alla professione di maestro collaboratore facendo delle esperienze sin da giovanissimo. Appassionato d’opera, durante gli studi in Conservatorio ho iniziato ad accompagnare al pianoforte i ragazzi che studiavano canto lirico. Inoltre, ho avuto la fortuna di lavorare nel teatro della mia città, il Teatro Politeama Greco di Lecce, dove ho imparato il mestiere del maestro collaboratore sul campo, anche grazie alla vicinanza di un grandissimo mentore come Vincenzo Rana, padre di due musiciste che oggi godono di grande fama, Beatrice, pianista nota in tutto il mondo e Ludovica, violoncellista di notevole raffinatezza. Ho assimilato osservando lui e lavorando al suo fianco. Ho imparato a conoscere le molteplici funzioni che deve saper svolgere un maestro collaboratore: maestro di sala per le prove musicali, prove di regia, maestro al fortepiano e al cembalo, suggeritore, maestro di palcoscenico. Ho fatto di tutto e nel frattempo facevo pratica. Questo è stato il mio inizio. Poi sono stato invitato al “Rossini in Wildbad” un festival dedicato al musicista di Pesaro che si tiene ogni estate nella cittadina di Bad Wildbad, in Germania; quindi, ho frequentato il corso per maestri collaboratori del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto e poi sono approdato all’Accademia scaligera. Durante il periodo di studi in Accademia, contemporaneamente, frequentavo il corso di musica vocale da camera presso il Conservatorio di Milano, dove mi sono diplomato col massimo dei voti sotto la guida della prof.ssa Daniela Uccello, che tanto mi ha insegnato su questo sterminato repertorio.

 

Tanto studio, ma hai ben presto sviluppato un notevole interesse per questa figura professionale. Una scelta singolare.

Ho amato sin da bambino il ruolo del pianista accompagnatore. Sin da quando frequentavo il Conservatorio Tito Schipa di Lecce, per esempio, ero solito accompagnare intere classi di strumentisti a fiato per i loro esami. Ciò mi ha giovato tantissimo nel successivo lavoro con le voci. Essendo abituato a respirare con gli strumenti a fiato mi sono abituato istintivamente a respirare con i cantanti. Il maestro collaboratore viene considerato erroneamente (da chi non ne conosce tutte le molteplici e difficili mansioni) un pianista di serie B. Ma non è affatto così. Anzi. Un solista sicuramente ha delle responsabilità di tutt’altro genere, ma un maestro collaboratore se ne assume moltissime, ben diverse e non meno di rilievo. Io mi ritrovo ad essere, nello stesso tempo, preparatore di cantanti, ruolo che oggi svolgo all’Accademia del Teatro alla Scala, in quella del Maggio Musicale Fiorentino e nell’ambito di diverse masterclass che tengo durante l’anno, ma anche pianista accompagnatore nei concerti o maestro sostituto nelle produzioni operistiche e quindi obbligato alle prove musicali, alle prove di regia, nonché maestro al cembalo o al fortepiano nel caso di recitativi nell’opera. Tali mansioni richiedono una notevole preparazione.

 

Hai diretto anche la banda di palcoscenico?

Mi è capitato di dover dirigere dietro le quinte un complesso corale, ma mai bande di palcoscenico. Sinceramente non nutro grande interesse verso la direzione. Preferisco la pratica pianistica, la performance e la didattica.

 

Suggeritore?

Sì, diverse volte nelle stagioni liriche del Teatro Politeama Greco di Lecce e durante il corso dell’Accademia per due edizioni del Progetto Accademia: Le convenienze e inconvenienze teatrali nel 2009 e per L’occasione fa il ladro nel 2010. Bellissime esperienze!

 

Com’è stata l’esperienza in Accademia? Quale è stato il momento in cui hai detto sono nel posto giusto?

Ogni volta che entro in Accademia sento ancora un brivido, avverto l’importanza del luogo. È una sensazione che ho provato sin dal primo istante. Sin dalla prima prova di selezione che, tra l’altro, non andò bene. A questo proposito, ci tengo molto a ricordare questo momento. Ogni volta che tengo una masterclass, ne parlo volentieri con i miei allievi per incoraggiarli a non perdersi mai d’animo. In fondo, di audizioni andate male è piena la storia della musica. Se penso che Montserrat Caballè, alla sua prima audizione, si sentì dire: “Signora, forse è meglio che si crei una famiglia!”. Si può essere fuori forma il giorno dell’audizione o doversi misurare con una concorrenza spietata. Dopo il primo fallimento, non ho desistito. In realtà, la prima audizione che avevo provato nel 2007 era una selezione straordinaria, visto che il corso è biennale. Mi sono ripresentato dopo solo un anno ed è andata bene, a riprova del fatto che non bisogna scoraggiarsi. Bisogna insistere e credere nel proprio obiettivo. Non mi vergogno a raccontare questa cosa. Anzi! I ragazzi devono sapere che non è facile il percorso di formazione, come non è facile il mondo della professione. Non bisogna mai darsi per vinti e continuare a studiare.

Sono stato ammesso all’Accademia per il biennio 2008-2010 ed è stato un percorso bellissimo. Credo, infatti, che il corso sia veramente unico al mondo. Innanzitutto, per i docenti: dal maestro James Vaughan a Enza Ferrari, da Dante Mazzola ad Alberto Malazzi, a Marcelo Spaccarotella. Insegnanti incredibili. E poi l’esperienza in Teatro. Per non parlare dell’attività, ancora studente, come maestro accompagnatore degli allievi dell’Accademia di canto. Ho avuto la fortuna di accompagnare le lezioni di Mirella Freni e di Renato Bruson. Per me erano dei miti, quasi delle divinità. Era un tale onore poter essere al loro fianco.

 

Com’è stato il rapporto con Renato Bruson?

Il maestro Bruson è stato a lungo direttore didattico dell’Accademia di canto. Un uomo considerato particolarmente burbero, severo. E a lezione era effettivamente così, ma dotato di un’ironia unica. Anche quando si arrabbiava perché riteneva che i ragazzi non facessero il loro dovere, lo faceva con una tale ironia, che a volte dovevo sforzarmi dal non scoppiare a ridere. Un’ironia acuta, che nasceva prima di tutto da una grande autoironia e un senso profondo e molto pratico della vita.

 

Che cosa ti ricordi di Mirella Freni?

Una grandissima artista, un’insegnante severa che esigeva la perfezione dai suoi allievi ma, al di fuori del contesto professionale, una donna che amava le cose semplici, i piaceri della vita, appassionatissima di sport. Era bello poter conversare con lei con grande naturalezza ed allegria. Era un’accanita tifosa milanista e rimanevo basito nel sentirla parlare con assoluta cognizione di causa del calcio mercato. Era sempre aggiornatissima in merito. Conosceva tutti i particolari del campionato di calcio! E pensare che era una vera leggenda dell’opera lirica. E, a proposito di “monumenti”, non posso non menzionare, anche se all’epoca non era mio insegnante in Accademia, Vincenzo Scalera. L’incontro con lui è stato fondamentale per la mia crescita professionale. Oggi posso godere della sua amicizia fraterna e stima, sono molto orgoglioso di ciò.

 

Soltanto pochi giorni dopo la conclusione del biennio, hai iniziato la tua collaborazione professionale con l’Accademia.  Quali nuove opportunità ti si sono presentate?

È vero. Pochi giorni dopo la fine del corso, ho firmato il mio primo contratto con l’Accademia. Un’opportunità immensa che mi ha aperto nuove porte. Penso, per esempio, a che cosa ha significato per me l’incontro con Pretty Yende, oggi una delle star della lirica mondiale.

 

Racconta.

In questo momento sono a Bilbao proprio con Pretty per un concerto. Non posso dimenticare il nostro primo incontro in Accademia. Era il primo anno della mia collaborazione professionale con l’Accademia e Pretty era al primo anno del biennio di studi. Non parlava una parola di italiano ancora. Soprassiedo sul mio livello di inglese. Eppure, ci siamo subito intesi. Mi chiese di accompagnarla al pianoforte perché doveva videoregistrare dei brani per un concorso molto importante. Registrammo la seconda aria della Contessa ne Le nozze di Figaro “Dove sono i bei momenti” e la scena di Marguerite dal Faust di Gounod. Da allora è nato un sodalizio professionale, nonché una bellissima amicizia, che continua a regalarmi grandi soddisfazioni. Quanti concerti abbiamo fatto insieme! Zurigo, Londra, Praga, Ginevra, Verbier, Frankfurt, per citarne alcuni. Ho lavorato (e lavoro) con altri cantanti che si sono diplomati in Accademia, come Chiara Isotton, meravigliosa e affermatissima interprete di Tosca nel mondo e fra poco al debutto in Scala nel Macbeth inaugurale, Riccardo Della Sciucca che ha appena debuttato al Festival Verdi Parma in Simon Boccanegra, Aya Wakizono e Chiara Tirotta, bravissime cantanti rossiniane. Vorrei inoltre menzionare gli incontri con grandissimi artisti, come Juan Diego Florez, Maria Agresta, Carmela Remigio, Veronica Simeoni, Jessica Pratt, Mattia Olivieri, per citarne alcuni, l’elenco completo sarebbe troppo lungo. Sono veramente fortunato. Credo di poter portare un valore professionale con la mia preparazione, ma mi sento veramente fortunato.

 

Il più grande insegnamento che hai ricevuto.

Torniamo al mio percorso anomalo. Come dicevo, sono arrivato in Accademia già con un’attività professionale in corso, perché lavoravo come maestro collaboratore nel teatro della mia città natale. I miei compagni in Accademia mi chiedevano come mai avessi fatto quella scelta, avendo già intrapreso una carriera nel settore. All’epoca non sapevo che cosa rispondere esattamente, se non decantare il mio entusiasmo per le opportunità che mi venivano offerte. Oggi, a distanza di anni, non solo ne sono entusiasta, ma ne ho colto tutta la portata. Grazie all’Accademia, ho potuto calibrare le mie competenze. È una cosa che ho capito con il tempo. All’epoca sapevo che cosa dovesse fare il maestro collaboratore in teatro o il pianista accompagnatore dei cantanti in concerto. Ma l’Accademia mi ha dato un metodo, mi ha insegnato a incanalare le mie doti, mi ha fatto comprendere che cosa sfruttare, sviluppare, migliorare, moderare. Sono arrivato molto “ruspante”, animato da una grande passione. Scalpitavo. Ero poco scientifico, studioso quanto basta. È stato fondamentale poter essere guidato, indirizzato.

L’Accademia ti dà la possibilità di frequentare innanzi tutto un ambiente esclusivo quale quello scaligero, e poi hai la fortuna di avere dei docenti che non parlano di teoria, ma ti trasmettono la loro reale esperienza professionale. Ti insegnano veramente il mestiere. Questo è ciò che rende unica questa Accademia. Potersi confrontare con artisti e professionisti capaci di indicarti la strada.

 

Che cosa consigli a quelli che si sono diplomati da poco?

Consiglio di portare sempre con sé gli insegnamenti che hanno ricevuto in Accademia. La mia vita professionale, dopo aver frequentato l’Accademia, è cambiata qualitativamente non solo per il livello, ma perché mi ha dato una visione diversa della professione e della professionalità. Dico ai neodiplomati di non dimenticare nulla delle esperienze vissute all’Accademia della Scala. Perché sono esperienze di altissimo livello, da cui non bisogna scendere. Non solo si deve mantenere la qualità, ma si deve anche riconoscerne il valore immenso. Chi ha frequentato l’Accademia ha una sorta di marchio di fabbrica, apprezzato nel mondo. All’estero i maestri collaboratori con formazione italiana sono molto ricercati, figuriamoci quelli usciti dall’Accademia scaligera. La conoscenza del repertorio italiano è un elemento di forte attrattiva, perché eseguito e apprezzato in tutto il mondo. Lavorativamente parlando, diplomarsi all’Accademia della Scala apre molte porte.

 

Agli ex allievi dell’Accademia che hanno vissuto un anno come quello appena trascorso, che cosa consigli?

Onestamente, vedo tanti segnali di ripresa. Non ne siamo ancora usciti, ma nutro molto ottimismo. Certo, per chi era già in carriera prima del Covid la ripresa può sembrare più semplice rispetto a chi aveva appena iniziato a muovere i primi passi. Comunque, non bisogna scoraggiarsi. Mai! Stanno nascendo tanti nuovi progetti dedicati ai giovani. Nuovi investimenti. Nuovi corsi, nuove accademie in seno a importanti teatri. Chi ha capacità e ha sviluppato delle competenze professionali non deve temere. Chi ha frequentato l’Accademia ha molte frecce al proprio arco. Certo, deve guardarsi intorno: mandare curriculum, partecipare ad audizioni, farsi conoscere. Non sarà facile, ma con il “marchio di fabbrica” dell’Accademia il lavoro si trova, occorre molta pazienza, ma si trova.

 

Grazie, Michele, per questa chiacchierata e per questa esplosione di ottimismo, di cui abbiamo molto bisogno. Ci congediamo da te con un’ultima domanda. Che cosa rappresenta per te Rossini?

Il mio più grande amore musicale! Il massimo rappresentante della perfezione estetica tra gli operisti italiani. Dopo tante bellissime produzioni rossiniane a Bad Wildbad, la partecipazione di quest’estate al Rossini Opera Festival di Pesaro edizione 2021 con Elisabetta, regina d’Inghilterra, annullata lo scorso anno a causa della pandemia, ha rappresentato la mia personale rinascita artistica. Viva Rossini, sempre.

 

©foto Michele Monasta