
Alumni stories: Jaqueline Tirabassi
Sono entrata nel mondo della danza classica grazie a un’amica di famiglia, che veniva spesso a trovare i miei nelle Marche, dove abitavamo.
Io e mia sorella praticavamo ginnastica artistica e non sapevamo nulla di danzatrici e tutù. Questa signora notò però che, nonostante avessimo in testa esclusivamente la ginnastica, ballavamo tutto il giorno in giro per casa e ci parlò del Teatro alla Scala e della sua Accademia.
Inizia così, da un anonimo giorno di qualche anno fa, il racconto di Jaqueline Tirabassi.
Ex allieva scaligera, Jaqueline è oggi docente dei Corsi di propedeutica alla danza della Scuola di Ballo.
Avevo 9 anni e mia sorella un anno in più. Ci siamo incuriosite, ai suoi racconti, e abbiamo chiesto ai nostri genitori di prendere qualche informazione per capire esattamente come funzionasse la scuola, come fare a entrare.
Dal momento che mia sorella, come anticipavo, aveva già 10 anni – quindi l’età giusta per iniziare il primo corso della Scuola di Ballo - andammo tutti insieme a Milano. Lei fu ammessa e iniziò a frequentare l’Accademia. Alla fine del suo primo anno, fu organizzata una lezione aperta alle famiglie, e dunque presenziai anche io.
Era la prima volta in assoluto che mettevo piede in una sala di danza.
Rimasi piacevolmente colpita dalla serietà dell’ambiente, dal rigore che vi si respirava, dall’educazione degli allievi e anche dal pianista, che suonava dal vivo. Quel microcosmo fino a quel momento sconosciuto era incredibilmente affascinante.
Così chiesi se potevo provare anche io e entrai l’anno successivo. Frequentai tutti gli otto anni, diplomandomi sotto la direzione del maestro Frédéric Olivieri.
Di quel periodo, porto nel cuore in modo particolare le lezioni di passo a due, che coinvolgono i ballerini a partire dai 14 anni; è il momento in cui si avvia l’approccio col partner e si inizia a esprimere la propria personalità, oltre a raccontare una storia con il proprio corpo.
I miei genitori rimasero nelle Marche, dunque mia sorella e io siamo prima state ospiti presso una signora – mancando un collegio femminile. Quando ho avuto tredici anni ci siamo traferite in collegio, aperto nel frattempo, mentre a sedici abbiamo iniziato a dividere un appartamento.
Una volta diplomata, sono volata a Parigi dove ho lavorato per l’Opéra. Lì, quell’attrazione per il palcoscenico iniziò a scemare.
La danza è tutta la mia vita e io la desideravo con tutta l’anima, ma non mi interessava più essere sotto i riflettori. E poi mi mancava terribilmente la mia famiglia. Non ci avevo fatto caso, negli anni della Scuola; anzi, essere lontani mi dava un brivido di eccitazione. Era bello essere autonomi e in quel periodo tornavo a casa sempre meno frequentemente. Ma poi le cose sono cambiate; avvertivo un peso nel cuore, la solitudine si faceva sempre più pungente. Volevo stare vicino alla mia famiglia, riprendere i miei affetti e godermeli. Le luci della ribalta non facevano per me.
Sono dunque rientrata nelle Marche e mi sono presa una pausa, che nella mia testa sarebbe stata brevissima.
Invece durò esattamente sei anni.
In quel lasso di tempo, sapendo che la danza era comunque tutta la mia vita e che io non volevo abbandonare la disciplina, ma solo allontanarmi dal palcoscenico, maturai l’idea di diventare insegnante.
Solo che essere ballerini non significa essere pronti per insegnare: un percorso di formazione era necessario.
Essendomi diplomata alla Scuola dell’Accademia, ho sempre saputo dell’esistenza del Corso per insegnanti di danza e naturalmente ne conoscevo anche la qualità indiscussa. Era la scelta migliore che potessi fare.
Ammetto che ritornare in Accademia mi creava un certo timore. Credevano tutti molto in me, come ballerina, e i maestri avevano grandi aspettative sulla mia carriera quando sono entrata all’Opéra. Sicuramente ci credevano più di me. E io, d’altro canto, non avevo mai insegnato. Semplicemente, sentivo che era la cosa giusta, a dispetto delle aspettative di chiunque altro.
E dunque via con questo nuovo percorso, il biennio prima e poi anche la terza annualità riservata agli ex allievi.
Un ambiente bellissimo, perché noi allieve – tutte donne – ci aiutavamo a vicenda. Il biennio era caratterizzato da un target un po’ più giovane, mentre al terzo anno c’erano partecipanti più grandi, ognuna però con la sua storia. Alcune già insegnanti, con la propria scuola, altre totalmente digiune.
Ci si supportava costantemente, anche perché il corso per insegnanti è estremamente duro, ti mette alla prova in continuazione.
Ho trovato tutto il percorso didattico interessante e ben strutturato.
In particolare, le lezioni che ho apprezzato di più sono state quelle di pedagogia, di anatomia e di musica – i tre ambiti in cui ero meno ferrata.
Pedagogia e psicologia, con Delia Duccoli, mi hanno aiutato moltissimo. Ho imparato la tecnica del mindfulness, per acquisire consapevolezza e gestire i momenti di ansia.
Il primo approccio con i bambini, i nostri allievi durante le lezioni più complesse – quelle di praticantato – non è semplice. Attraverso le lezioni di psicologia visualizzavamo il momento e riuscivamo poi a gestire il gruppo e la lezione.
Di anatomia applicata alla danza, poi, non sapevo nulla. La docente, Sara Benedetti, ci faceva fare dei movimenti e poi ci spiegava tutto quello che accade nel corpo, per spiegarlo poi a nostra volta all’allievo. Conoscere e saper vedere nella mente cosa accade “all’interno”, a livello di muscoli, tendini, ossa, è fondamentale per eseguire correttamente il passo.
“Ruota!” è un’istruzione generica, ma spiegare come ruotare e cosa succede nel corpo, facendolo in un determinato modo piuttosto che in un altro, fornisce agli allievi molti più appigli per apprendere nel modo corretto i movimenti.
E poi le meravigliose lezioni di musica con il maestro Marcelo Spaccarotella, fondamentali per imparare a comunicare col pianista, conoscere il carattere di ogni musica e dunque quella adatta a ciascun tipo di esercizio.
Avere il pianista in sala è tutt’altra cosa rispetto a utilizzare un cd ed è importante, per un insegnante, sapersi relazionare con questo professionista.
Per quanto riguarda invece il lato tecnico, al biennio ho ritrovato la signora Loreta Alexandrescu, che fu la mia insegnante principale durante gli anni da allieva ballerina. Ne conoscevo quindi benissimo il carattere, il metodo e l’approccio.
Al terzo anno, invece, ho avuto principalmente lezione con la signora Amelia Colombini, che certo conoscevo in qualche modo, ma non approfonditamente.
Ho trovato un’insegnante estremamente precisa, che non tralascia nulla, e che pretende tantissimo. Non le interessa l’età che hai, se hai o meno una scuola, da quanti anni non danzi… Devi fare tutto e devi farlo in maniera perfetta.
È una pretesa che ha molto senso, e infatti è il primo consiglio che mi sento di dare a chi volesse intraprendere questo percorso, insegnare ai bambini che approcciano la danza per la prima volta. I bambini infatti tendono soprattutto a imitare quello che fanno i grandi. Più delle parole, ha potere l’esempio. Quindi non è ammissibile che l’insegnante non mostri i movimenti, m deve fare tutto e tutto deve essere tecnicamente inappuntabile, altrimenti l’allievo imparerà un errore e se lo porterà dietro per sempre.
Insegnare alla propedeutica mi piace proprio per questo, perché è estremamente difficile. C’è tanto da fare, da dire e da correggere, perché vanno poste le basi da zero. Ma è così soddisfacente! Tutto quello che si dà, viene ripagato con i progressi continui dell’allievo.
Oltre che rigorosi, però, bisogna essere incredibilmente generosi, e voglio sottolinearlo. Non si può tenere nulla per sé, ogni briciola di sapere va donata all’allievo.
E poi bisogna coniugare il tutto in un’atmosfera serena. I bambini non riescono a mantenere la concentrazione quanto un adulto e non imparano in un ambiente stressante. Qualità e rigore possono, anzi devono, fondersi con serenità se vogliono essere efficaci.
Faccio ora parte stabile del Corpo docenti dei Corsi di propedeutica dell’Accademia. Non ho mai avuto ripensamenti, a riguardo.
Nei sei anni in cui sono stata lontana dal balletto non mi è mai mancato ballare. Mi mancava la danza, mi mancava il mondo del teatro e il suo odore. Voglio che faccia parte della mia vita e spendere la mia vita per questo e insegnare qui è perfetto, dà il giusto senso alle cose.
