
Alumni stories: Valentina Verna
Protagonista della storia di oggi è Valentina Verna, torinese, classe 1988. È timida, Valentina, rifugge le situazioni che la pongono sotto ai riflettori – e lo dichiara subito.
Ma nel buio del backstage tira fuori grinta e determinazione, quelle stesse caratteristiche che l’hanno portata a vincere l’ultimo concorso per maestri collaboratori di palcoscenico indetto dal Teatro alla Scala, lo scorso maggio.
Partiamo proprio da questo capitolo della tua vita, Valentina: come si è svolto il concorso?
Innanzitutto specifico che, trattandosi del concorso per maestri collaboratori di palcoscenico, era richiesto il diploma in pianoforte, ma la tecnica e la pratica pianistica non erano oggetto di esame.
La selezione si è svolta in due fasi: la prima ha previsto una prova pratica a prima vista.
Per la prova pratica, ci sono stati presentati degli spartiti fra cui dovevamo sceglierne uno; ciascuno era corredato di segnali di vario tipo, che potevano essere tecnici, oppure ingressi o ancora indicazioni sulle luci, per esempio. Avevamo a disposizione un minuto per una rapida occhiata, quindi un pianista – un membro della Commissione – suonava lo spartito, senza cantare, e noi dovevamo interpretare i segnali dando le dovute indicazioni, in tempo utile perché fosse messo in pratica quanto prescritto. Balzava subito all’occhio della Commissione, quindi, la prontezza di riflessi di ognuno di noi, la capacità di seguire la musica e anche l’esperienza pregressa. Se non hai già lavorato nel settore, è difficile capire tutte le annotazioni e soprattutto dare i segnali in tempo per la preparazione.
Si è trattato quindi di una vera simulazione…
Più o meno, sì, solo che eravamo seduti. Era una versione tranquilla del nostro lavoro, ecco, che invece è decisamente più dinamico: ci si muove molto e ci si relaziona continuamente con gli altri.
Dopo la prova pratica, com’è proseguito il concorso?
C’è stato un colloquio, riservato solo a chi avesse superato la pratica. Si trattava di un colloquio motivazionale con alcune domande tecniche specifiche, sul ruolo del maestro di palcoscenico. Per esempio: scena di temporale, elenca tutto quello che può fare il maestro di palcoscenico – in uno scenario ipotetico, naturalmente.

Quando ti sei avvicinata a quest’arte?
Ho scoperto la figura del maestro di palcoscenico frequentando il corso in Accademia. Il biennio ha previsto parecchia attività pratica, a corredo delle lezioni che erano dedicate più alla tecnica pianistica di accompagnamento o alla direzione. Con le attività pratiche ho scoperto esattamente cosa fa un maestro di palcoscenico e ho capito quanta vita c’è dietro le quinte, un intero mondo che il pubblico non può nemmeno immaginare. È stata una vera folgorazione, era esattamente quella realtà che univa la mia formazione pianistica a tante altre mie inclinazioni e al mio carattere, piuttosto schivo e riservato.
Organizzare, lavorare in gruppo, collaborare fra più reparti e, soprattutto, stare “nell’ombra”, lontano dalla ribalta, sono aspetti che mi affascinano e mi hanno sempre appassionato.
Studiare pianoforte mi è sempre piaciuto, certo, e amo il mio strumento, ma è uno strumento solitario. Io ho sempre sentito, invece, la necessità di lavorare in gruppo e parallelamente ho vissuto con una certa ansia il dovermi misurare con il pubblico, da sola. Ho portato a termine il diploma per dovere e per via dell’amore che sento per la musica, però se non ci fosse stata la possibilità di accompagnare, non so se avrei continuato, onestamente.
In quanto pianista, conoscevi l’Accademia già prima di iscriverti alle selezioni?
Conoscevo ovviamente il Teatro e, come istituzione, anche l’Accademia, ma nello specifico ho scoperto il Corso di perfezionamento per maestri collaboratori grazie alla mia insegnante di pianoforte, mentre frequentavo il biennio di accompagnamento in Conservatorio. Si ricordava di un altro suo allievo che, parecchi anni prima, aveva frequentato lo stesso corso e mi ha proposto di provare l’ammissione. Insomma, il mio futuro è stato determinato da un fortunato passaparola.
Per qualche anno, l’Accademia ha proposto anche il percorso specifico per accompagnatori alla danza. Ti sarebbe piaciuto?
Beh, sarebbe stata un’ulteriore scoperta. La danza non ha fatto parte del mio percorso di studi, né del biennio di accompagnamento in Conservatorio – che ovviamente non prevede il balletto – né del biennio di perfezionamento in Accademia. Abbiamo avuto qualche lezione con il maestro Spaccarotella, ma si è trattato più che altro di un beve seminario. Il programma è già così ricco con le lezioni e la pratica per maestro di palcoscenico che non sarebbe possibile affrontare tutto!
Facciamo un salto indietro: a quanti anni hai iniziato a studiare musica? Sei figlia d’arte?
La passione per la musica arriva sicuramente dal ramo paterno, perché anche mio papà ha una vena artistica, mi ricordo che da giovane dipingeva quadri. Nella sua famiglia hanno sempre ascoltato musica classica, mia nonna amava l’opera. Nessuno però è musicista; ho una sorella, che è pediatra, che per un po’ ha studiato l’arpa e che è sempre stata appassionata di danza, ma io sono stata la prima della famiglia a farne una professione.
Ho iniziato a studiare musica in quarta elementare, grazie alla scuola del quartiere. Proponevano due corsi, uno di pianoforte e uno di violino e inizialmente pensavo di frequentare violino. Per mancanza di iscritti, però, il corso non fu avviato e il direttore della scuola propose a mia mamma di iscrivermi nella classe di pianoforte, dove c’era ancora qualche posto libero.
Inizialmente ho studiato privatamente, quindi sono entrata in Conservatorio, qualche anno più tardi.
E dopo il diploma, come anticipavo, ho seguito anche il biennio di accompagnamento.
Biennio di accompagnamento in Conservatorio e Biennio per maestri collaboratori in Accademia: raccontiamone le differenze, per i non addetti ai lavori…
Quello in Conservatorio è estremamente vario, si accompagnano anche strumentisti, per esempio, e poi ci sono molte lezioni trasversali come informatica per la musica, per dire, perché è un corso universitario. Non è strettamente legato al teatro musicale, sebbene poi a Torino ci fossero tre classi di canto e quindi molte possibilità di specializzarsi con i cantanti.
Quello dell'Accademia è proprio più specifico sulla figura del maestro collaboratore, quindi è ancora più settoriale, e ti spalanca una finestra sulla realtà del Teatro alla Scala che è ineguagliabile, anche per esempio attraverso delle tournée – esperienze uniche. Un altro punto a favore del corso dell’Accademia è il fatto di avere lezioni collettive: si impara molto anche osservando gli altri.
Il biennio in Conservatorio mi ha comunque regalato l’opportunità di uno stage al Teatro Regio di Torino, grazie al quale ho accompagnato il coro di voci bianche e ho partecipato a una produzione operistica, il Pinocchio di Pierangelo Valtinoni.
Valentina, all’inizio hai dichiarato di essere timida e mi hai detto di essere una persona che ha bisogno di ragionare sulle cose, metabolizzarle. Hai attraversato qualche momento di difficoltà, durante il corso in Accademia?
All’inizio sì, ma più che altro dovute al fatto che facevo la pendolare. Il corso è a tempo pieno e io lo seguivo venendo da Torino – mi sono trasferita a Milano solo in un secondo momento. Ho accumulato molta stanchezza e i momenti di difficoltà sono dipesi soprattutto da questo.
Come ti sei trovata con i tuoi “compagni di classe” scaligeri?
È stata davvero un’ottima annata, ci siamo trovati bene insieme e si è creata una buona chimica di gruppo. Oltre agli italiani, c’erano degli allievi dell’estremo oriente – una giapponese e dei coreani. Tutte persone estremamente carine e piacevoli.
Chi è Valentina lontano dal pianoforte: quali hobby hai?
Mi piace molto l’ambito scientifico, in senso molto ampio, del resto ho una maturità scientifica in tasca. Mi appassionano le scienze naturali, per esempio, e il contatto con flora e fauna; ma allo stesso tempo anche le neuroscienze, di cui leggo tutto il leggibile.
Qualche domanda a bruciapelo: l’autore e il titolo che porti nel cuore?
La bohème di Puccini. È stata la prima opera che ho seguito in teatro ed è stato proprio in quel momento che ho capito che volevo prendere quella direzione lì, la strada del maestro collaboratore.
Preferisci le grandi regie alla Zeffirelli, ricche di scene, colori e costumi, o apprezzi maggiormente uno stile minimalista e ieratico?
Dipende molto dal titolo e dal regista. Diciamo che apprezzo le regie che si adattano all’opera, che non la forzano e che danno una sensazione finale di ben riuscito e non di stravolgimento. Non propendo necessariamente per l’una o per l’altra.
Musica al servizio della parola o parola al servizio della musica?
Purtroppo per formazione siamo sempre tendenti a favorire e privilegiare la musica su tutto! Ma non dovrebbe essere così, ci vorrebbe un equilibrio. Ci sono poi dei titoli dove anzi il senso è il contrario, la parola dovrebbe essere il centro di tutto – abbiamo lavorato su questo anche con il corso dell’Accademia.
Abbiamo detto che hai vinto il concorso in Scala, ma non sei nuova nell’organico: vi collabori infatti sin dal termine del corso. Come ti trovi?
Davvero molto bene, sono circondata da professionisti in gamba, preparati e poi, in questi anni, c’è stato un rinnovamento del team – il Teatro ha indetto diversi concorsi. Sono tutti entusiasti, con molta energia e voglia di far parte di qualcosa di più grande, insieme.
Sono stata davvero fortunata, posso occuparmi di quello che più mi piace in un ambiente virtuoso.
Ultima domanda, quella impertinente: cosa cambieresti del corso dell’Accademia?
Beh, dal momento che il programma del corso riserva così tanta importanza e spazio all’attività pratica e alle lezioni di gruppo, ne consegue che vengono un po’ meno i momenti di confronto individuale. Ecco, forse allungherei un pelo il monte ore per includere anche questo aspetto e avere il corso perfetto.
