
Alumni stories: Jacopo Buora
Il nuovo ritratto di oggi è dedicato a Jacopo Buora, ex allievo del Corso di foto, video e new media che lavora attualmente come fotografo di scena per il Piccolo Teatro di Milano. Ci racconta il suo percorso professionale ricco di cambiamenti e scelte importanti, che lo hanno portato a vivere lontano dalla sua città d’origine per undici anni e a scegliere l’Accademia per una svolta professionale. Leggiamo come…
Jacopo, raccontaci chi sei:
Sono nato e cresciuto a Milano. Ho studiato Filosofia all’Università Statale e una volta laureato ho iniziato a lavorare per un’agenzia pubblicitaria nel dipartimento di strategic planning, ma non era la mia vocazione. Così, dopo un anno, ho deciso di lasciare l’Italia per po’ e mi sono trasferito a New York, dove ho seguito un Master in psicologia. E siccome, grazie alla lotteria (Green Card Lottery), ho vinto la greencard, ovvero il permesso di soggiorno permanente necessario per vivere negli Stati Uniti se non si ha la cittadinanza, ho deciso di fermarmi lì per altri 11 anni.
Com’è cambiata la tua vita, una volta stabilito a New York?
Mi sono dedicato completamente a me stesso e a quello che mi piaceva veramente fare nella vita. Per esempio, ho iniziato a studiare canto lirico per diletto, con un professore americano, un’arte che avevo scoperto anni prima grazie allo studio del pianoforte e a un esame di storia della musica dato all’Università, la cui parte monografica era focalizzata su Mozart. Mi sono ritrovato ad amare profondamente le sue opere e tutto il mondo che rappresentava, ovvero il patrimonio operistico in lingua italiana. Dico sempre che, forse, proprio la lontananza dall’Italia mi ha fatto apprezzare maggiormente la nostra storia e ricchezza culturale che possiamo vantare rispetto ad altre realtà.
Come si collega questa esperienza americana a quella che poi hai affrontato a Milano, in Accademia?
Dopo 11 anni, io e mia moglie, che è una cantante lirica professionista di origine canadese, abbiamo deciso insieme di tornare in Italia. Io ho completamente abbandonato il canto lirico, poiché non avevo obiettivamente abbastanza talento per farne una professione, e ho iniziato a guardami intorno per capire cosa volessi davvero fare nella vita. Avevo già 40 anni, quindi era proprio giunto il momento di una svolta, volevo qualcosa che mi permettesse di rimanere nell’ambito del teatro e dell’opera lirica e che allo stesso tempo mi appassionasse molto. Ho letto un giorno, per caso in internet, del Corso di foto, video e new media dell’Accademia, ma io non avevo nessuna base teorica. Ho visto però che la scuola scaligera organizzava anche un Workshop propedeutico allo stesso corso, che mi avrebbe aiutato a prepararmi alle selezioni con gli stessi docenti del percorso annuale: Laura Ferrari per la parte foto e Andrea Angeli per quella video. La settimana è stata davvero indispensabile per poter arrivare con un minimo di preparazione alle selezioni, soprattutto perché io non possedevo già un portfolio professionale, cosa che viene imbastita al termine del workshop.
Come avviene il processo di acquisizione di nuove competenze, all’interno del corso annuale?
Si parte da zero. All’inizio ti vengono mostrate le basi grazie alle quali potrai andare a scattare le prime foto durante un evento, che sia in teatro o in altro contesto. Poi si passa allo studio della post-produzione, chiaramente affrontandolo in maniera graduale, perché le tematiche da trattare sono tantissime. Io ho avuto molta difficoltà all’inizio perché non conoscevo Photoshop, ma con l’aiuto della docente, Laura Ferrari, sono riuscito a cavarmela. Lo stesso per la parte video. Ti vengono fornite tutte le basi indispensabili per poterti giostrare al meglio all’interno di uno spettacolo dal vivo. E poi via di pratica, grazie a numerose esercitazioni.
Come le hai affrontate?
La mia classe è stata un pochino penalizzata rispetto ad altre annualità, perché a metà corso ha dovuto affrontare la chiusura dei teatri e la progressiva cancellazione degli spettacoli dal vivo per il protrarsi dello stato d’emergenza causato dal COVID-19, ma non sono mancate comunque le occasioni per poterci esercitare. Abbiamo lavorato al backstage della Prima della Scala - nel 2019 il titolo inaugurale era Tosca di Giacomo Puccini, in un nuovo allestimento diretto da Riccardo Chailly con la regia di Davide Livermore, un momento direi molto emozionante per tutti - e allo spettacolo della Scuola di Ballo, Lo Schiaccianoci al Piccolo Teatro di Milano. Mi sono trovato molto a mio agio nel contesto del teatro d’opera: era un mondo a me già familiare. Mentre ho avuto qualche difficoltà con il balletto, che non conoscevo e che serve comprendere davvero a fondo per poterlo rendere attraverso la macchina fotografica. Io però ho cercato di sfruttare al massimo l’esperienza del Corso ponendo mille domande e interagendo molto con i docenti, che sono tutti professionisti del settore di alto livello. In America fa parte della tua valutazione finale quanto tu intervenga e sia partecipe durante una lezione: mi sono quindi portato dietro questo modus per affrontare anche questa sfida…magari dando un po’ fastidio ai miei compagni, ma per me era fondamentale acquisire più informazioni possibili. Il nostro non è un mestiere solo teorico, ma anche artistico. Va bene acquisire le basi e gli strumenti utili a svolgere correttamente il lavoro assegnato, ma credo sia importante imparare anche ad avere la giusta sensibilità per capire cosa si vuole comunicare e come farlo al meglio e in modo chiaro per chi osserverà la tua foto o il tuo video.
Un’altra esperienza che ricordo con piacere è stata quella vissuta al Teatro Out Off di Milano, dove abbiamo potuto seguire le prove generali di alcuni spettacoli in cartellone. È stato interessante poiché avevamo la possibilità di stare molto vicino agli attori. In Scala, solitamente, a noi fotografi è permesso scattare da fondo platea o in qualche palco laterale.
Quali esperienze lavorative hai ottenuto una volta diplomato?
Grazie al network dell’Accademia ho avuto la possibilità di lavorare per il Festival di Orvieto e collaborare col docente Pino Ninfa, mentre da febbraio 2022 sto lavorando con il Piccolo Teatro di Milano, con il quale l’Accademia vanta una collaborazione ultra decennale, per gli eventi del Festival Strehler100, che celebra i 100 anni dalla nascita di Giorgio Strehler e i 75 anni dalla fondazione del Piccolo. Questa settimana ho in agenda otto appuntamenti e ciò incrementa la mia esperienza pratica… ne sono estremamente felice!
Ci sono dei fotografi ai quali ti ispiri?
Guardo di più alla singola foto che al fotografo: se noto un bello scatto lo salvo e cerco di capire perché mi piace, come è stata ottenuta l’immagine e come posso farne tesoro. Mi colpisce particolarmente Anna Di Prospero, che non realizza foto di scena ma autoritratti. Mi affascina l’aspetto introspettivo della sua fotografia e ritengo che le immagini abbiamo un qualcosa di fortemente teatrale. Tra i grandi citerei Gregory Crewdson: è uno dei massimi esponenti della staged photography e i suoi scatti sono il nesso perfetto tra fotografia e cinema. Le sue fotografie sono come dei set cinematografici, da cui emerge una grande emotività.
Hai cambiato molte volte il corso della tua vita; pensi di aver trovato nella fotografia qualcosa di nuovo e a lungo termine?
Sì, la fotografia mi sta dando qualcosa di assolutamente nuovo: creatività, emotività, passione…posso praticamente affermare di non essermi mai sentito così sicuro di voler fare qualcosa come ora. Sono stato fortunato, ho potuto seguire tanti percorsi, ma oggi ho trovato un equilibrio. Negli Stati Uniti si parla molto di più della possibilità di reinventarsi sempre nella vita, a qualsiasi età; in Italia un po’ meno. Io dico che si è sempre in tempo.
Cosa c’è di Jacopo nei tuoi scatti?
Credo che la fotografia sia dare la possibilità alla vita di esprimersi. Preferisco dar spazio agli altri anziché a me stesso: lascio che sia il mondo a parlare, io cerco solo di offrire uno spunto di riflessione, che sia il più chiaro possibile.

Ph. Jacopo Buora
