
Alumni stories: Carolina Facchi
Il viaggio fra le storie dei nostri Alumni ci porta oggi a scoprire qualcosa di più su Carolina Lidia Facchi, giovanissimo soprano ed ex allieva del Coro di voci bianche.
Carolina, quando e come ti sei avvicinata al mondo della musica?
L’asilo che ho frequentato da piccola organizzava corsi di musica con maestri esterni ed era arrivata una pianista che mi propose il passaggio alla sua scuola di musica, presso cui poi i miei genitori mi hanno effettivamente iscritta perché imparassi uno strumento e il canto. Successivamente, la maestra di solfeggio ha notato la mia naturale predisposizione e ha chiesto ad alcuni colleghi di ascoltarmi, finché poi sono stata indirizzata al Coro di voci bianche dell’Accademia. Io però mi muovevo da Varese, abito infatti a qualche chilometro dal confine svizzero, e per me si trattava quindi di una grande occasione – di fatto della cosa più bella che mi sia capitata – ma allo stesso tempo di un bel sacrificio. Di fatto, ogni settimana avevo due giorni di lezione a Milano oltre a tutte le produzioni e in quei giorni ero esentata dal frequentare la scuola nel pomeriggio.
È stato molto impegnativo anche per i miei genitori e per mio nonno, un vero amante dell’opera che molto spesso dava una mano accompagnandomi alle lezioni in Accademia. Grazie alla loro gentilezza e costanza ho potuto intraprendere questo percorso, che poi ha determinato quella che sono oggi e che ha scritto il mio quotidiano.
Hai comunque sostenuto una regolare audizione, per entrare nel percorso scaligero?
Sì, assolutamente, ho sostenuto l’audizione di ammissione in Conservatorio a otto anni, alla presenza del maestro Casoni e di Alessandra Molinari – che poi era una delle maestre che mi avevano sentito a Varese, ma non aveva detto nulla a Casoni in attesa del suo giudizio.
Si trattava di una sessione straordinaria indetta in novembre, perché nella precedente tornata di selezioni non avevano individuato un numero soddisfacente di voci interessanti.
Parallelamente hai proseguito con lo studio del pianoforte o con altri studi musicali?
Sì, l’ho portato avanti fino alla maturità, studiando al Liceo musicale di Varese. La mia professoressa, Lidia Rigano, è stata lungimirante: mi ha permesso di studiarlo facendone davvero uno strumento a sussidio del canto, senza la pretesa di tirar fuori una concertista ma insegnandomi a sfruttare quello studio per le mie ambizioni.
Successivamente ho conseguito con menzione d’onore la Laurea di secondo livello in canto lirico, presso il Conservatorio di Como, quindi un Master di II livello in musica contemporanea a Ravenna, sotto la guida di Alda Caiello. Adesso sono iscritta al corso di Laurea in Musicologia a Bologna.
Quali ricordi hai della tua prima volta al Teatro alla Scala?
La gioia è esplosa ben prima di mettere piede in teatro: tornare a casa col badge della Scala, una volta superate le selezioni, è stata infatti la più grande soddisfazione del mondo, anche se ancora non avevo iniziato a fare nulla. Per la bambina che ero era come stringere in mano lo scettro del potere, un oggetto magico. Lo conservo ancora adesso – in realtà conservo con grande affetto ogni pass; come separarsi, per esempio, da quello ottenuto per cantare alla presenza del Presidente della Repubblica?!
Della prima volta nel backstage del Teatro ricordo comunque soprattutto il profumo delle corde e quell’odore tipico che si respira dietro le quinte e che non si sente altrove. Non posso descriverlo, ma chiunque abbia vissuto la mia stessa esperienza sa bene di che cosa sto parlando. La sensazione olfattiva è proprio il ricordo più marcato che ho della prima volta, una sensazione che ancora oggi brilla nel mio cuore.
Preciso però che si trattava della prima volta come “parte” di un teatro, mentre come spettatrice non ero affatto nuova dell’ambiente teatrale. I miei genitori mi hanno portata molto spesso ad assistere a titoli di prosa e di musical.
A sei anni sono stata alla prima italiana di Rent e – pensa i casi della vita! - a 19 anni mi è stata affidata la direzione musicale dello stesso spettacolo. Vero è che non avevo la stessa consuetudine con il teatro d’opera, nonostante nella mia famiglia si respirasse molta cultura artistica e musicale. A questo genere specifico mi sono appassionata proprio a partire dagli otto anni, intrapresa l’esperienza in Accademia. Da lì in poi anche i miei genitori hanno incentivato la fruizione di questo genere, per esempio ricordo di aver assistito ad Aida all’Arena di Verona. La biblioteca del mio paese organizzava proprio viaggi ad hoc e iniziai a parteciparvi diventando anche un po’ la mascotte del gruppo.
E ricordi, invece, la tua prima volta su quel palcoscenico come interprete per il pubblico?
Ho calcato il palcoscenico della Scala praticamente da subito, poiché sono stata ammessa direttamente al Coro di voci bianche e non al corso propedeutico. Quindi ho partecipato dopo pochi mesi al concerto di fine anno, la mia prima occasione di confronto con il sofisticato pubblico scaligero.
Ricordo una fortissima scarica di adrenalina: anche da piccolo comprendi appieno che sei sul palcoscenico più importante del mondo, non ci vuole molto per rendersene conto. Ma il bello del coro è che si è in gruppo, mai da soli, pertanto non ho memoria di una sensazione di paura, ma solo di eccitazione. La preparazione poi era stata talmente tanta e accurata che ci sentivamo abbastanza sicuri di noi stessi, sapevamo che ogni brano era stato interessato da uno studio meticoloso.
A quel concerto sono seguite poi le mie prime opere, Suor Angelica e 1984, che per me è stata folgorante. Ricordo di essere stata intervistata dalla “Prealpina” negli stessi mesi, perché all’epoca ero forse l’unica bambina del coro di questa zona, e alla domanda “Quale personaggio vorresti interpretare da grande?” io avevo risposto proprio Julia, nonostante 1984 non fosse solitamente presente nei cartelloni teatrali. Anche adesso nominerei subito un titolo contemporaneo, se mi ponessero la stessa domanda, tanto è stata per me segnante quell’esperienza.
E poi via con tutte le altre: Bohème, Sogno di una notte di mezz’estate, le collaborazioni con l’Elfo Puccini…
Ogni titolo ha rappresentato un’esperienza per molti versi unica.
1984 ha impressionato tutti i giovani cantori che vi hanno partecipato, come abbiamo letto in precedenti interviste. Secondo te per quale elemento in particolare?
Si trattava di una regia sfarzosa, piena di comparse, mimi, scene di grande impatto emotivo e visivo, cambi costume: uno spettacolo davvero a tutto tondo e solo per questo in grado di rapire letteralmente la mente di un bambino.
Ma soprattutto c’era Lorin Maazel, un immenso professionista. È lui che ha reso quella produzione tanto unica e che ci ha colpito così profondamente – il suo modo di lavorare ma ancor più la sua persona.
Al termine delle recite gli chiesi un autografo (ho il mio diario con gli autografi di tutti gli artisti con cui ho la fortuna di misurarmi) ed egli, riconoscendomi come una delle voci bianche, mi ringraziò – lui ringrazio me! – esprimendo riconoscenza per il lavoro del nostro coro.
I grandi artisti sono tali quando uniscono le doti musicali a grande intelligenza, umiltà ed educazione: ne risultano persone dal fascino irresistibile, che possono rendere magica qualsiasi esperienza.
Un’altra cosa emersa nelle precedenti interviste a ex allievi del Coro di voci bianche è la percezione del maestro Casoni come di una divinità, il ricordo del rigore del maestro Cajani e il ruolo più “amichevole” ricoperto da Marco De Gaspari. Concordi con questa visione?
Sì, in generale sono concorde, ma aggiungo: il maestro Casoni ha la capacità di stravolgere tutto in bene, anche quando noi bambini ci sentivamo insicuri. Spesso preparavamo i brani con altri maestri e lui giungeva per l’ultima prova: appena alzava le mani, tutto andava come doveva essere.
Ha un enorme potere, derivato dalla sua decennale esperienza e dal suo professionismo; è in grado di portare tutto all’eccellenza.
Alfonso Cajani mi ha insegnato come prepararmi per essere una brava professionista e cosa esigere da me stessa per dirmi brava. Rigore e serietà sì, ma quando eravamo in difficoltà era il primo a far cadere questa maschera severa per aiutarci.
E il maestro De Gasperi, certamente, ci ha sempre accompagnato per mano in maniera premurosa.
Durante la tua permanenza nel Coro di voci bianche hai avuto occasione di conoscere o di collaborare anche con altri corsi dell’Accademia?
Sì, ci sono state delle interessanti opportunità.
Per esempio, ricordo con molta gioia un Capodanno alla Scala per cantare ne Lo schiaccianoci della Scuola di Ballo.
Ovviamente la collaborazione più intensa è stata con il Coro degli adulti – che ci supportava sempre, in ogni produzione e tournée.
E poi ho potuto osservare in diverse occasioni il Corso per hair e make-up artist: le lezioni si tenevano nell’aula di fronte alla nostra e spesso le porte rimanevano aperte, permettendoci di curiosare quelle esercitazioni molto suggestive.
Perché, in definitiva, scegliere l’Accademia?
Perché ti forma in primis come persona. Ti presenta realtà e luoghi che nessuno mai, da spettatore, potrebbe toccare con mano e ti fornisce un’educazione nel senso più ampio del termine – oltre ovviamente a quella musicale – e una forma mentis utile per affrontare qualsiasi sfida. Io, per esempio, ho imparato da bambina come organizzarmi da sola le giornate, perché due le spendevo a Milano a volte fino a tarda sera. L’Accademia è una palestra di vita.

Carolina, sappiamo ormai che il tuo repertorio preferito è quello contemporaneo.
Ma se ti chiedessi il tuo titolo di tradizione?
Se devo pescare dal grande repertorio direi certamente La bohème, sia perché amo Puccini sia perché era l’opera preferita di mio nonno e occupa quindi un posto privilegiato nel mio cuore.
È più nelle tuo corde la dimensione concertistica o la produzione operistica?
L’opera mi ha dato la possibilità, da bambina, di incontrare un mondo che mai avrei pensato di conoscere e la macchina teatrale è così affascinante che è impossibile non rimanerne incantati. Ma per la mia indole sperimento di più in concerto, in una dimensione individuale e cameristica. Amo il confronto diretto con il pubblico e lo provo maggiormente fuori dal contesto operistico.
Per la stessa ragione non ho mai sentito l’esigenza di entrare nel Coro “senior” della Scala, per esempio, perché mi sono dedicata subito all’ambito solistico. L’esperienza corale è stata estremamente importante e bella fino a che sono diventata adulta, ma poi ho avvertito il bisogno di altro.
Com’è arrivata la decisione di insegnare: hai risposto a una richiesta esterna o si è trattato di una tua esigenza?
Naturalmente amo essere una cantante e dare concerti, però mi è sempre piaciuto sperimentare la didattica. L’insegnamento è quindi nato in modo naturale e si è sviluppato in parallelo, mano a mano che studiavo in conservatorio: ho iniziato a insegnare quando infatti ero io stessa ancora una studentessa. Mi piace condividere con gli altri quello che so.
Dal punto di vista lavorativo sono sempre in movimento e cerco di cogliere qualsiasi stimolo per nuovi percorsi didattici. In quarantena per esempio, partendo dal fatto che uno dei miei allievi è trasgender, ho attivato un protocollo logopedico canoro per una voce conferme a chi attraversa un passaggio di genere.
Cosa ti preme trasmettere ai tuoi allievi, maggiormente?
Quando insegno voglio regalare il piacere del canto e trasmettere anche un metodo di lavoro. Ogni brano deve essere studiato di fino, smontato pezzo per pezzo; bisogna capirne il testo, il contesto, i passaggi armonici e non solamente riprodurlo e io amo indugiare su questi aspetti.
Carolina, che cosa fai nel tuo tempo libero?
Mi piacciono molto gli animali: ho dei gechi, delle salamandre e dei cani.
E poi mi occupo di volontariato per un’associazione di educazione alla pace – il CISV - che organizza una sorta di campo estivo internazionale dedicato a ragazzi dagli 11 ai 17 anni.
Immaginiamo una storia diversa: che cosa farebbe ora Carolina se non avesse intrapreso lo studio della pratica corale?
Mi è già capitato di perdermi in questa immaginazione, perché all’inizio non sono stata ammessa in Conservatorio, e penso che probabilmente mi sarei buttata in un ambito completamente diverso e lontano dalla musica, forse scegliendo qualcosa in campo scientifico.
