Alumni stories: Nicola Bossone

Published on July 8, 2021

Quattro chiacchiere con Nicola Bossone, ex allievo dell’Orchestra dell’Accademia, partendo dal concreto, il suo strumento:

Suono un Eriberto Attili del 2010; il liutaio è romano, come me, e questo violino mi ha fatto subito innamorare. Non è frequente, trovare lo strumento adatto è sempre complicato e la ricerca è stata lunga. In questi anni vanno molto gli strumenti tedeschi di un paio di secoli fa, totalmente anonimi e magari senza suono, ma che tutti cercano di propinarti. Io ho scelto questo un po’ attratto dal suono della viola di mio fratello, dello stesso autore, e poi conquistato proprio dallo strumento appena me lo sono ritrovato fra le mani. Ma è stato un lungo corteggiamento, un amore a distanza diciamo: infatti Attili doveva mandare degli strumenti in America, alla classe di Perlman, fra cui quello. Mi disse: “se torna, è tuo…”. Lo suono con la spalliera; ho il collo alto, per me sarebbe impossibile senza. Qualcuno lo fa, mi chiedo come…”

 

Nicola nasce in una famiglia di musicisti:

Mio papà, Francesco, suona il fagotto ed è stato Primo fagotto solista dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. È stato naturale, per me, prendere la via della musica, perché assistevo di continuo ai concerti. Un giorno ascoltai il grande Uto Ughi, una vera folgorazione.

Avere parenti musicisti mi ha aiutato.

A 11 anni sono entrato in Conservatorio, a Roma, dove ho seguito il vecchio ordinamento di violino, i 10 anni classici. Ho quindi poi iniziato a muovermi fra i miei primi concorsi e le audizioni. La prima vera esperienza professionale è arrivata presto, a 21 anni -appena dopo il diploma, nel 2016 – con l’Orchestra Giovanile Italiana; fu un’esperienza interessante perché mi trovai ad essere violino di spalla.

Chi mi ispirava maggiormente era Shlomo Mintz, per me un genio assoluto. Qualsiasi cosa nuova dovessi studiare, mi riferivo sempre a lui; ho anche avuto modo di sentirlo dal vivo e conservo una fotografia di quel momento. Altri modelli per me erano Pinchas Zukerman, o per venire a qualche maestro più giovane Janine Jansen e Hilary Hahn, Lisa Batiashvili e Rey Chen, tutti dei fuoriclasse.

 

Subito dopo provai l’ammissione all’Accademia Teatro alla Scala.

È buffo, perché quando studiavo violino non conoscevo l’Accademia, non sapevo che la Scala avesse una scuola. Ma quando mi sono diplomato ho risentito degli amici che avevano frequentato già il biennio per professori d’orchestra e mi raccontavano di tutte queste esperienze, per esempio di una tournée in Oman... ho iniziato a desiderare di far parte anche io di questo gruppo.

In audizione (mi sono presentato solo per violino, c’è già mio fratello che suona la viola e basta così!) mi hanno chiesto il concerto di Mozart e poi dei passi orchestrali – mi ricordo per esempio estratti dal Sogno di una notte di mezz’estate di Mendelssohn e il Requiem di Mozart.

 

Quando sono entrato in Accademia si è realizzato un sogno, è stato un momento esaltante davvero. Le prime esperienze con questa compagine, arrivate subito all’inizio del primo biennio, mi hanno portato al Teatro alla Scala; ti chiedi come sia possibile, ma è realtà, hai da subito l’occasione di suonare in quella sala secolare, davanti al suo sofisticato pubblico.

Io adoro suonare in orchestra!

Ho provato la carriera solistica, ma non ne sono tagliato, avverto troppo la pressione e perdo il gusto di fare musica. Per carattere mi piace prendere tutto con calma, godermi il momento e archiviare esperienze senza farmi prendere dalla frenesia, ed essere solista non mi permetteva di seguire questo mio essere. Non è tanto paura del pubblico – certo, alla prima recita in Scala ne ho provata!  È solo una questione di indole. Mi piace avere responsabilità, ma preferisco avere anche il tempo di osservare la scena, diciamo.

Con l’Accademia abbiamo incontrato dei veri big fra i direttori d’orchestra, come Mehta, Fischer, Albrecht, Eschenbach e Coleman; da ciascuno ho preso qualcosa. E poi devo nominare Daniele Gatti, che non ho conosciuto in Accademia ma che mi ha dato qualcosa in più dal punto di vista della gestione del lavoro e anche sotto il profilo musicale.

 

Con l’Accademia, poi, ho scoperto il repertorio di balletto; questo è il bello dell’Accademia, qui fai tutto, dal piccolo al grande, dal repertorio sinfonico a quello operistico… tutto, qualsiasi cosa si possa produrre in teatro. A volte magari resta poco tempo per studiare a casa, per via del numero di produzioni, e questo può sembrare un neo al momento. Ma dopo diventa invece una ricchezza: impari a gestire il tempo e a migliorare in palcoscenico.

Ho frequentato addirittura due bienni e al termine mi sono buttato un po’ nelle orchestre di Milano. Ho suonato con la Verdi, prima del Covid, e si parlava di contratti, ma poi si è fermato tutto. Ho trovato un lavoro dopo l’Accademia, comunque, questo è il senso fondamentale.

 

Qualche domanda lampo per conoscerti meglio: dove vive meglio, un musicista?

All’estero invidio la situazione musicale della Germania, il Paese che più valorizza il ruolo del musicista. Male che vada finisci nelle scuole, che però assomigliano più ad accademie e anche se sono di poco valore lo Stato vi investe molto.

Ti senti più apprezzato e tutto diventa più appagante.

 

Ti piace anche insegnare?

Insegnare mi piace moltissimo!! L’ho fatto per 5 anni, prima di entrare in Accademia; insegnavo ai bambini e allo stesso tempo imparavo, perché insegnare è una sfida con se stessi e ti obbliga a migliorarti sempre.

 

Il concerto del cuore?

Brahms, quello che ho portato al diploma e che continuo a studiare e che in assoluto mi rappresenta meglio.

 

Se non fossi stato violinista…

Mi piace molto cucinare, sarei andato a battere questo tasto. Sono un tipo molto pratico, non amo lo studio se non quello del violino, non mi piace perdermi in teorie. La cucina è estremamente concreta e credo che sarei stato bravo.